mercoledì 16 marzo 2011

cinque

«Quel che vi danno qui è anche meglio del cibo in scatola. In scatologia, vorrei dire» fu il biglietto da visita di Ipsilon per Mousse. «Benvenuti in Paradiso. Potete scattare fotografie, ma rigorosamente senza flash» rispose l’altro e non ci fu bisogno di ulteriori presentazioni. Io, per me, addentavo la patata scondita senza riconoscerne la forma, lasciamo perdere il sapore. Mentre il nostro imperforabile Garda cercava di zittire la sala per sentire Carletto che dal tigiuno proclamava: «Il Milan è estraneo», i miei commensali, non degnando di uno sguardo nessuno di quei due, spandevano familiarità: «Allora domani ti vedi l’inaugurazione?» faceva Mousse, e l’altro: «Pare che ci sarà un gruppo di cantanti, un inno da stroncarti per la noia, ad aprir la cerimonia». «Però giocano i crucchi», pensava di poterci parlare di pallone, il ragazzo.

E l’altro già rispondeva: «Per fortuna, c’è sempre qualche bionda in tribuna che diventa una festa, per l’obiettivo della mia macchina». Sentii che potevo dire: «Non scherza eh. Ipsilon detto anche Merce, il fòbal lo odia, in verità. Ma sa che per un fotografo rende, a differenza delle bionde». «Non saprei cosa paga di più, ma la domanda è un’altra: come fai a non vedere che è tuo, il problema, se preferisci il pallone?» mi sfotteva lui, e io di rimando: «Il qui presente credo potrebbe raccontarti quanto preferire una cosa sia conveniente per non mancare dell’altra».
Mousse non diceva nulla, ci guardava con un sorriso divertito, e Ipsilon giocò ancora, indicandolo mentre fissava me: «Non avevo dubbi che il signorino non avesse problemi con le gentili fans, io dicevo di te, che sei bell’e passato». «Raccontami di te, piuttosto, com’è andata la stagione delle damigelle d’onore, il fotografo del matrimonio va ancora di moda?» e lui, pronto: «Ho ben di meglio: un’estate ogni quattro anni è stagione, ben più prolifica, di figliole che voialtri omosessuali lasciate sole per andarvi a spogliare insieme. Vi piace così tanto che li chiamate addirittura Mondiali». «Prof, ha vinto lui» rise forte Mousse, gli zigomi si scavarono fondi e avevamo salvato la serata. Finì che mi chiesi se, così, non avrebbe potuto diventare un mese memorabile.


«Come si diventa fotografi alla Coppa del Mondo?». «E dài. Vi siete messi d’accordo?» chiese a me, e poi a Mousse: «Con una Canon e un talento senza precedenti, ragazzo mio». Toccava a me, da copione: «Se poi il fratello di tuo padre è l’inviato di un quotidiano sportivo, il talento stai sicuro che ce l’hai». Risate. Di nuovo sigaretta, alla voce Ipsilon. Silenzio. La notte, alla fine, era scesa e il bosco di là dal campo di allenamento era un muro di ombra che lasciava spazio ad un po’ di paura. La sigaretta rotolò sul porfido accanto alle altre.
Dalla finestra del refettorio ci chiamò sottovoce Carmine, preoccupato che Little Tony ci beccasse fuori dal coprifuoco. «‘stia se è tardi!» fece Mousse, già stringevano le mani con Ipsilon: «A presto, guarderò le tue foto sul giornale di dopodomani». «Le migliori non le pubblicano ma, se tutto va liscio, sbrigata la pratica crucca riesco a vedere il vostro secondo tempo. Le mogli dei costaricani te le mostro poi». Io lo salutai con uno sguardo mentre infilavo la porta e facevo: «Carminuzzo, domani tu pensa a fare un solco, su quella fascia, che io te la faccio trovare là, bella da spingere in mezzo».

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